La crisi e l’imprenditore

La crisi dell’impresa rappresenta un inevitabile momento di rottura nel rapporto fiduciario tra l’imprenditore e il mondo che lo circonda.

Esternamente alla sua azienda vi è stato qualcuno (e dico anche una persona fisica, oltre che una società) che ha concesso credito, ritenedo l’imprenditore e l’impresa meritevole di fiducia. Nel manifestarsi della crisi aziendale vede messo in pericolo la possibilità di ricevere le proprie spettanze e cerca di realizzare tutte quelle azioni che lo possano mettere in posizione di maggior vantaggio aprendo dei conflitti con l’impresa e quindi con l’imprenditore.

Internamente alla sua stessa azienda, la crisi, mette inesorabilmente in discussione la stessa leadership dell’imprenditore. Tutte le scelte fatte che, fino a qualche tempo prima, avevano spianato il successo all’impresa e contribuito al benessere di tanti, sono ora riviste con l’occhio della censura, della critica, del famoso “senno del poi”.

Ecco, per parafrasare Hans Christian Andersen (http://it.wikipedia.org/wiki/I_vestiti_nuovi_dell’imperatore) si assiste ad una sorta di grido “l’imprenditore è nudo!”

 Il pensiero di ciò che era prima, di quello che si è fatto, delle capacità commerciali lungamente dimostrate, nel momento della crisi sono un veleno, che impedisce la lucidità e  l’assunzione di decisioni  adeguate all’effettiva situazione.

Eppure, l’imprenditore più di tutti, è il visionario, colui che riesce a vedere oltre. Nel momento della crisi, quando varie “sentinelle” interne o esterne all’azienda gli danno una visione del pericolo, riscontrabile da fatti concreti (eccessivo incaglio nei crediti, situazione bancaria che va oltre i limiti autorizzati etc.), egli non deve rifuggire dalla responsabilità di prendere delle decisioni, anche se esse sono così in contrasto con il suo operato del passato.

La crisi, oltre che uno stato effettivo dell’impresa, dato da chiari numeri, deve essere uno stato mentale dell’imprenditore. Fatto di accettazione e di sfida. E’ suo il compito, ancora una volta, di portare in salvo la nave. Per questo è necessaria una grande dose di onestà intellettuale ma anche tempestività. La crisi è, infatti,  un processo graduale che s’innesca seguendo il modello di una progressione geometrica e le cui dimensioni ed i pericoli  vengono spesso sottovalutate. Per questa ragione sono insufficienti i comuni modelli di scoring aziendale, infatti, la loro analisi verte, quasi sempre, su una base di dati già consolidati. E’ necessario l’apporto dell’imprenditore in quanto assoluto conoscitore delle dinamiche aziendali, dei suoi aspetti economici ed anche quantitativi in quanto, come noto, anticipatori di fenomeni economici. La rapidità e la capacità di riconoscere e individuare le soluzioni per i cambiamenti esterni ed interni consentono all’azienda di avere il tempo per reagire.

Per ogni crisi c’è una cura, che, per estremizzare, può essere anche quella della liquidazione, fatta però in maniera consapevole e sopratutto, volontaria. Non bisogna lasciarsi trasportare dai marosi, è necessario governare l’azienda verso delle strategie di way out.

Come ho avuto occasione di  esporre nel mio articolo precedente (http://crisieaziende.wordpress.com/2011/06/28/panorama-degli-strumenti-giuridici-per-la-gestione-della-crisi/  ) gli strumenti messi a disposizione dal legislatore, con la nuova Legge Fallimentare, sono molteplici e si mostrano tanto più efficaci e meno costosi quanto prima si agisce per combattere la crisi. Spetta all’imprenditore e ai suoi consiglieri interni o esterni scegliere la via giusta. Non esiste, come sarà chiaro, una soluzione univoca per tutte le tipologie di crisi e per tutte le aziende, ma al contrario, come già ho affermato, per ogni crisi c’è una cura.